RePiave
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Un nuovo corso per il Basso Piave

Un nuovo modello di sviluppo è possibile


 

Una decina di giorni fa il quotidiano inglese Guardian ha parlato di come la riapertura dei negozi di abbigliamento nei paesi occidentali abbia provocato il contemporaneo ritorno al lavoro forzato nelle fabbriche che producono vestiti per H&M, Zara e altri in Bangladesh, un paese ora nel pieno dell’emergenza sanitaria. Per fortuna, tra le tante considerazioni che si fanno relativamente al COVID-19 e a come sarà la vita dopo la pandemia una di quelle che si sentono più spesso riguarda la speranza di imparare qualcosa da tutto ciò. Più che ritornare a quello che c’era prima, interamente, si vuole che alcune cose migliorino, evolvano, crescano. Qualcuno ipotizza che, almeno nel breve-medio periodo, la globalità e l’interconnessione delle nostre economie verranno sospese e dovremo fare riferimento in misura maggiore al nostro contesto locale. Nel settore della moda, per chiudere il cerchio, Giorgio Armani ha recentemente affermato che la qualità deve smettere di inseguire “la fast fashion” e ha deciso dunque che il proprio marchio intraprenderà un processo di rallentamento, anche a livello di vendite.

Il think-tank americano Strong Towns, molto attento alla qualità della vita e allo sviluppo delle piccole città americane, suggerisce delle misure per gestire il periodo post-COVID e immagina che, mentre da un lato le piccole economie locali dovranno diventare quanto più possibile autosufficienti (posto che non potranno mai diventarlo del tutto), dall’altro sarà necessario capire (e digerire) che non potremo tornare a un modello di sviluppo basato solo sulla crescita economica – perché questa potrebbe non esserci per un bel pezzo. Però, se seguiamo i passi giusti e attuiamo delle misure che vanno nell’ottica dell’inclusione e della crescita sostenibile, possiamo sacrificare lo sviluppo economico in cambio della stabilità. Stabilità e resilienza.

Difatti, il nostro governo con tutti i suoi ministri, ad esempio, sta spingendo affinché quest’estate gli italiani, volenti o nolenti, passino le ferie nel Bel Paese, arrivando addirittura a prevedere un “bonus vacanze” per i meno abbienti al fine di supportare il settore turistico nazionale e tutte le piccole realtà locali. Insieme alla ristorazione, infatti, il turismo è una delle compagini più colpite dalla crisi: nella sola Venezia, dopo soli due mesi di lockdown (andati a sommarsi all’acqua alta straordinaria) si sta verificando una moria di hotel e bed&breakfast.

La filiera alimentare è un altro grande settore in cui possiamo cercare di apportare dei cambiamenti volti alla sostenibilità nella vita post-COVID. Ed è di certo uno di quelli che più ne ha bisogno. Se già pensavate che la carne rossa facesse male avete forse guardato Cowspiracy, film documentario prodotto anche da Leonardo Di Caprio? (qui una versione sottotitolata in italiano). Come assaggio basti sapere che in Amazzonia ci sono attivisti che vengono uccisi perché si oppongono alle violenze sulle tribù indigene e al taglio della foresta, che serve a coltivare avocado per giovani hipster o mangimi per super-mucche (non autoctone) che verranno poi vendute come cotolette a basso prezzo agli americani. Non dev’essere per forza così. L’alimentazione mondiale, ad esempio, può essere soddisfatta in modo più sostenibile attraverso l’incentivo e la gestione orizzontale di orti di comunità. Con la crescita del consumo bio sempre più persone stanno scoprendo il valore della filiera corta e del cosiddetto “km0”. Non solo richiediamo ingredienti più genuini nei ristoranti e nei supermercati ma possibilmente li vogliamo prodotti vicino a noi, fosse anche in città. Nella conclusione del nostro primo editoriale abbiamo parlato della riscoperta della prossimità come elemento partecipe della solidarietà civica e a supporto della coesione comunitaria. Il reperimento di materie prime locali ed il consumo responsabile possono e devono diventare specificità e fiori all’occhiello dei nostri territori. Per citare un caso sandonatese, il birrificio Blond Brothers in passato ha prodotto la birra “Amolera”, con amoli del Basso Piave, ed ora ha in produzione la Persiga, una birra a base di uva durella e pesche bianche tardive. Sicuramente da provare. #SupportYourLocalBrew
La riscoperta e l’utilizzo di fornitori, prodotti e materie prime locali può generare idee, identità, indotto, nuove sinergie e nuove opportunità. Sarebbe bello ad esempio se anche da noi nascesse un hub rurale come Vazapp. La nostra terra ci offre (quasi) tutto quello di cui abbiamo bisogno; dobbiamo solo valorizzarla e rimetterci in gioco.

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