RePiave
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Un nuovo corso per il Basso Piave

Non lasciamo lo spazio pubblico al virus


 

Il domani ci porta la fase 2, in cui potremo finalmente tornare ad uscire, timidamente, dalle nostre case. E allora parliamo di quello che finora ci è tanto mancato, parliamo delle strade, delle piazze, della città. Parliamo dello spazio pubblico e di come potrebbe cambiare il nostro modo di viverlo.

Le città sono sempre state influenzate (è proprio il caso di dirlo) dalle numerose epidemie che si sono succedute durante l’arco della storia. Queste hanno letteralmente plasmato lo spazio pubblico producendo le città come le conosciamo oggi. L’esempio principe è la Parigi haussmaniana, con i suoi boulevard ariosi ed i suoi palazzi “dignitosi”. Pensiamo anche al sistema fognario moderno, nato (assieme agli studi epidemiologici) dopo che a Londra si scoprì che un’epidemia di colera generava da un pozzo al quale attingeva un intero quartiere.

Come suggerisce il prof. Michele Acuto dell’università di Melbourne in quest’intervista a CityLab possiamo ipotizzare che nel XXI secolo le ricadute urbanistiche di una pandemia saranno basate sull’installazione di nuove infrastrutture digitali. Con l’enorme raccolta di dati che questa nuova trasformazione della sfera urbana rischia di apportare…per lo più all’interno delle nostre vite private. Secondo l’illustre studio Gehl di Copenhagen questa però non è una brutta cosa.

Alcune voci invece si stanno concentrando sulla densità delle città che, in tempi agorafobici come questi, sembrano non poter più garantire il giusto spazio dovuto ai nuovi standard sanitari. Emily Badger però, da brava newyorkese, scrive sulle colonne del New York Times che i vantaggi sociali, economici e culturali della densità superano di gran lunga gli svantaggi, mentre su Strong Towns Joe Minicozzi riporta i numeri che dimostrano come la densità non abbia niente a che vedere con i contagi.

Con loro sembra concordare anche Anne Hidalgo, la visionaria sindaca di Parigi, una delle città più densamente popolate del mondo (più di 2 milioni di abitanti su 105km2, contro i 42.000 di San Donà di Piave su 78km2). Il piano futuro della Hidalgo difatti è quello di trasformare Parigi in una “città da 15 minuti”, vale a dire una città multi-centrica nella quale per ogni cittadino tutti i servizi (compreso il proprio lavoro) non si trovino a più di 15 minuti dalla propria abitazione.

Difatti si tratta proprio di questo, dell’uso che vogliamo fare dello spazio pubblico nel futuro e del modo in cui decidiamo di agire. Molte città, ad esempio, vista la drastica riduzione del traffico automobilistico, sono intervenute per “conquistare” nuovi metri quadrati da dedicare a piste ciclabili e marciapiedi per stimolare le relazioni di prossimità, la protezione dell’ambiente e uno stile di vita sano.

Il governo britannico ha costituito la High Street Task Force per supportare la vita (e la vitalità) delle high street del Regno Unito, vere e proprie arterie del commercio urbano e principali luoghi in cui si estrinseca la condivisione dello spazio pubblico. La Task Force ha da subito imbastito un lavoro di raccolta dati e disegnato un framework di azione per capire come agire e fornire un supporto concreto alle attività economiche delle high street, vale a dire ai piccoli commercianti locali.

Diversamente Project for Public Spaces, il faro del placemaking a livello globale, ritiene che saranno le figure del public space managers, cioè chi si occupa di gestire, organizzare e migliorare i vari luoghi di aggregazione delle città, ad avere un ruolo e una responsabilità nella sopravvivenza della vita di comunità all’aperto.

E noi, nel nostro piccolo, a livello locale, come possiamo plasmare il nostro mondo di domani? Per chi volesse partecipare, questo brevissimo questionario proposto dalla piattaforma D.O.P.O. – Design Oriented Postpandemic Opportunities – sta raccogliendo idee, sensazioni e segnalazioni per costruire qualche ipotesi.

Quando torneremo a uscire, poi, possiamo inoltre valutare se gli spazi di cui avremo bisogno, così contingentati, non siano già troppo compressi dalle infrastrutture viarie… In un mondo nuovo, e nell’attesa di capire come esso funzionerà, possiamo anche prendere la situazione in mano e intervenire in prima persona con dei piccoli cambiamenti di tactical urbanism, per riprenderci lo spazio pubblico e con esso una parte delle nostre vite.

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